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Promozione del benessere psicologico

Nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è scritto:  “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. E’ avvenuto quindi un passaggio dal vecchio modello medicalizzato, in cui la salute corrispondeva alla semplice assenza di malattia, al nuovo modello bio-psico-sociale. Anche il concetto di benessere psicologico dipende da questi tre aspetti: il benessere fisico, legato alla salute e al corpo, quello psicologico, legato agli aspetti interni, alla psiche individuale di ognuno, e infine il contesto sociale, ambientale e culturale, in cui l’individuo è inserito.

La prevenzione quindi deve tener conto di tutti questi fattori contemporaneamente, in quanto si influenzano a vicenda e sono inscindibili gli uni dagli altri.

Il benessere psicologico inoltre, come la salute mentale, deve essere considerato come un aspetto variabile, in continua evoluzione. Può essere rappresentato come un continuum, una linea retta, in cui salute e malattia si sfumano le une nelle altre senza un reale punto di demarcazione. Ognuno di noi, nel tempo e in diversi momenti della propria vita, si colloca in punti diversi di questo continuum a seconda dell’influenza di numerosi fattori.

Il filosofo André Comte-Sponville ha scritto: “La vita fa ciò che può: salute e malattia non sono altro che due forme dello sforzo di vivere, che è la vita stessa”.

In psicologia, si ritiene che il benessere psicologico di un individuo sia legato a diversi fattori, come

  • L’accettazione di sé e un’autovalutazione positiva
  • Un senso di sviluppo e crescita continui
  • La sensazione che la propria vita abbia uno scopo e un senso
  • Senso di autonomia e autodeterminazione
  • Qualità delle relazioni
  • Capacità di gestire la propria vita e il proprio ambiente in modo efficace

E’ importante quindi che un lavoro di prevenzione si occupi di promuovere questi aspetti, partendo dal presupposto che stare bene con se stessi sia la base per poter stare bene con gli altri. La prevenzione a livello individuale ha quindi una ricaduta anche a livello sociale.

In psicoanalisi un lavoro di questo tipo è considerato un lavoro di rafforzamento delle capacità dell’Io, inteso come la volontà cosciente degli individui. E’ necessario però essere consapevoli che l’Io rappresenta solo una parte della personalità, che nella sua totalità comprende anche altri elementi inconsci.

Carl Gustav Jung ha scritto: “La coscienza dell’Io è un concetto che non abbraccia l’intero essere umano: l’Io ha dimenticato infinitamente di più di quanto sa. Ha udito e visto infinite cose e non ne è mai divenuto cosciente.  Al di là della sua coscienza germogliano pensieri, che possono persino fissarsi e completarsi senza che egli ne sappia nulla. L’Io può dunque essere soltanto un complesso parziale”.

La psicoanalisi ritiene quindi che il benessere psicologico di un individuo dipenda dall’equilibrio tra le diverse componenti della psiche, in particolare tra coscienza e inconscio. E’ necessario accogliere tutti gli aspetti della nostra personalità, ossia l’alterità che è dentro di noi, per poter essere in grado di accogliere l’altro anche all’esterno.

Un meccanismo psicologico fondamentale per il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri è quello della proiezione. Si tratta di un meccanismo attraverso il quale si attribuisce, in maniera automatica e inconscia, un proprio atteggiamento o un proprio impulso inaccettato e misconosciuto, ad un’altra persona.

Tale meccanismo agisce normalmente in tutti gli individui, è una forma di difesa messa in atto dalla nostra coscienza che si difende da determinati contenuti inconsci, ed è la base del nostro legame con gli altri e con il mondo. Solo però quando si diventa consapevoli di tale meccanismo, e inizia ad avvenire il ritiro delle proiezioni, può realizzarsi una vera conoscenza di sé e dell’altro. Si tratta di un cammino di consapevolezza:

  • Imparare innanzitutto a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro
  • Accettare che quello che stiamo proiettando è qualcosa che risiede dentro di noi da qualche parte del nostro Sé
  • Integrare queste parti dentro di sé: accettare la complessità, la molteplicità, dentro di noi

Solo così il meccanismo della proiezione può divenire la base per un processo di conoscenza di sé e di relazione con l’altro. Attraverso tale percorso, infatti, l’altro può infine essere visto e conosciuto per ciò che realmente è, quindi possiamo dire che, nelle sue forme più positive e mature, la proiezione diviene la base per l’empatia.

Tale meccanismo non agisce solo a livello individuale, ma anche a livello sociale, nella relazione tra popoli e culture diverse.  Questo è uno degli aspetti di cui si occupa l’etnopsicoterapia. Possiamo individuare tre filoni principali all’interno di questa disciplina:

  • Prospettiva storica: si occupa di come noi abbiamo visto l’altro nel corso dei secoli, le nostre rappresentazioni dell’altro.
  • Come si costituisce la malattia mentale nelle altre culture e quali sono i sistemi di cura utilizzati
  • Questione migratoria: la cura dei migranti nei paesi occidentali

Storicamente, è avvenuta una massiccia proiezione di tutti gli aspetti inaccettati dentro di sé da parte dei popoli occidentali nei confronti delle popolazioni africane, che all’epoca rappresentavano qualcosa di nuovo e di sconosciuto. Tutta l’alterità, il deviante, l’irrazionale, l’istintualità, la rottura dei tabù è stata proiettata su di loro. Anche la psichiatria coloniale ha effettuato studi volti ad avvallare le scelte politiche e sociali di quel tempo.

In seguito, la psichiatria transculturale si è occupata di studiare le diverse popolazioni, ma sempre partendo dalle proprie idee e categorie precostituite, senza lasciarsi realmente modificare dall’incontro con l’altro.

L’etnopsicoterapia, invece, è stata definita da Tobie Nathan uno strumento di decostruzione delle certezze, in quanto si propone di compiere degli studi su come viene interpretato il disagio psichico nelle altre culture, quali sono le cause individuate, quali i rimedi, includendo in tali studi anche i nostri metodi occidentali e ponendoli sullo stesso piano degli altri.

Si tratta quindi di assumere un punto di vista diverso, di avere la capacità di decentrarsi. Vengono studiati i procedimenti di cura inventati dalle altre popolazioni, e le terapie tradizionali non sono considerate illusioni e suggestioni ma tecniche di trattamento efficaci. Le persone vengono considerate a partire dai loro attaccamenti e dai loro legami: lingua, luoghi, oggetti, modi di fare, credenze. Infine, vengono sempre tenuti in considerazione i sistemi terapeutici che hanno formato il mondo interiore del paziente.

Lo scopo della terapia, nell’approccio etnoclinico, non è riportare il paziente all’interno della sua cultura di origine, e nemmeno, al contrario, introdurlo forzatamente nella nostra, ma cercare di creare un ponte tra qui e là, tra le due culture, mantenendo sempre un grande rispetto per le radici di ognuno.

Il benessere psicologico passa quindi attraverso un percorso di accettazione di sé e dell’altro, sia a livello individuale che a livello sociale, e un lavoro di prevenzione su queste tematiche si rivela quindi molto importante soprattutto oggi, per la situazione che il nostro Paese sta attraversando, per far sì che l’incontro con gli altri che giungono da noi non sia inficiato dalla proiezione e improntato all’odio e al razzismo, ma diventi l’occasione per un reale percorso di conoscenza, integrazione e inclusione.

“Le frontiere?  Esistono certo. Nei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli uomini”   Thor Heyerdhal

 

 

 

 

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