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Parte 3 “..altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”

Parte 3: Visione finalistica e responsabilità

Jung, in contrapposizione alla visione causalistico-riduttiva di Freud, propone una visione prospettico- finalistica: gli eventi e i traumi della nostra vita, che tendiamo a vedere come cause, possono essere invece visti come opportunità, fasi di trasformazione, forme della nostra esistenza che così dovevano essere per produrre quello che siamo oggi. Come se il fine fosse già contenuto in ciò che era all’origine, e il tempo servisse solo a permettere lo sviluppo di queste trasformazioni.

Jung ha scritto: “La vita non ha altra meta che arrivare là dove si arresta”. Viceversa: la vita non si arresta che là dove arriva alla meta.

Durante la prima fase della vita è necessario strutturare l’Io, attraverso interrogativi come -Chi sono io? Di chi sono figlio?- Nella seconda fase invece, se viene riconosciuto il ruolo fondamentale dell’inconscio, la domanda diventa -A chi appartengo? Quali sono le potenze che mi muovono? Quali sono i demoni che hanno investito la mia vita fino ad oggi? Qual è l’archetipo?- Così è possibile dare inizio alla ricerca del proprio mito di appartenenza.

Ogni individuo ha un unico grande tema intorno al quale ruota la sua vita, la sua esperienza. L’archetipo non solo fornisce energia psichica, ma determina il percorso, il decorso del processo energetico. E’ sia la matrice, sia ciò che favorisce lo scorrere e che dà un valore e un senso a ciò che stiamo vivendo.

Jung afferma che l’uomo si ammala di nevrosi nella misura in cui si allontana dalla natura che Dio gli ha dato, quando l’individuo non porta a compimento il suo compito. Il sistema psichico tende alla totalità, quindi o noi cerchiamo di annettere il nuovo, o il nuovo irrompe comunque per altre vie. Per questo dobbiamo chiederci perché ci succeda una determinata cosa.

La base fisiologica dell’istinto tende alla conservazione della specie, la base psicologica all’evoluzione. Quindi in noi è presente una costante ambivalenza: ci sono istinti che portano a correre dei rischi, come entrare in una grotta, scalare una montagna, solcare i mari… all’interno di noi gli istinti si combattono, come il desiderio e la paura di tuffarsi. Alla base psichica dell’istinto c’è una volontà che lo attiva come una carica energetica, non volontà nel senso cosciente, perché l’istinto ha base inconscia, ma una volontà che nasce dall’inconscio. Se si presenta un archetipo l’Io deve essere aperto a riceverlo, ma non è l’Io a decidere quale archetipo si costellerà.

La vera libertà non consiste nell’arbitrarietà, ma nell’incarnare fino in fondo l’archetipo che ci abita. Quel qualcosa che ci spinge a essere ciò che siamo realmente. Il divenire coscienti di tali forze toglie dalla coercizione dell’archetipo, per questo un percorso di presa di presa di coscienza diventa una responsabilità etica. E’ possibile tradurre e umanizzare l’archetipo e inserirlo nella dimensione storica.

L’archetipo costella un campo, delle linee di forza, e chi si muove all’interno è chiamato a disporsi lungo tali linee. L’inconscio è in grado di far emergere soluzioni nuove quando il campo è in situazioni di criticità. La teoria dell’ordine implicato afferma che nelle implicazioni degli accadimenti c’è un ordine che non riusciamo a vedere. Così l’inconscio ha un suo scopo, tende ad arrivare da qualche parte, sia dal punto di vista individuale che collettivo. L’inconscio traccia dei percorsi evolutivi che noi chiamiamo processi di individuazione.

Individuazione significa quindi diventare se stessi, mettere in dialogo le spinte dell’inconscio con quelle della coscienza. L’inconscio indica un percorso che non è solo di significato, ma di senso.

Ognuno può diventare solo qualcosa che è già dentro di lui. Quando viene meno un adattamento, compare un nuovo archetipo a cui il soggetto deve adattarsi. Se l’archetipo è vissuto in modo impersonale diventa coercitivo, se invece è vissuto personalmente diventa possibilità di sviluppo. Il limite è la capacità di ognuno di esprimere, attraverso la propria esistenza, un archetipo piuttosto che un altro.

Ogni soggetto vive ed è condizionato dalla natura e dalla cultura, ma all’interno di ciò tende a costruire ciò che è, il proprio destino. Qui si situa la questione etica: tutti siamo tenuti a costruire qualcosa, il punto è ciò che ne facciamo dei nostri contenuti. Non c’è nulla di determinato, a seconda di quali mattoni l’individuo sceglie e di come li assembla, giunge alla costruzione del proprio Sé. La ricerca dell’unicità è lo sforzo in più del soggetto di diventare qualcosa di unico, di spingersi oltre le condizioni date, oltre i condizionamenti umani, affettivi e culturali. Il Sé include l’altro, e il lavoro consiste nel far diventare proprio ciò che è nell’altro. Già l’atto della nascita ci pone all’interno del processo di individuazione. Ogni persona oscilla in un movimento pendolare che la porta a volte verso se stessa, a volte verso il mondo, ed è necessario prendere coscienza di questa condizione di duplicità. Il processo individuativo nasce quando la coscienza inizia ad occuparsi dell’asse Io-Sé, quando il soggetto inizia a riflettere su se stesso, a sviluppare un’autocoscienza, e scopre che non è padrone del proprio destino. Jung parla di equazione personale: la coscienza si chiede -Chi sono io?- Un’altra domanda potrebbe essere -Quali sono le potenze che mi muovono? – così da sviluppare un’apertura all’inconscio come altro sistema speculare alla coscienza. E’ necessario prendere coscienza dell’intrecciarsi di questi due sistemi.

Jung afferma che bisogna vivere secondo la propria mitologia. Bisogna che ciascuno viva il proprio mito, sia fedele fino in fondo a se stesso e alla propria unicità. Ogni soggetto individuale deve essere visto sotto l’aspetto dell’eternità, mettendo da parte gli aspetti spaziali e temporali e riferendosi invece all’universale, per poter cogliere in ognuno la vita indistruttibile, la cifra individuale, l’assoluta unicità, in una parola il Sé.

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