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Meditazione: da strumento per vivere meglio a cammino di consapevolezza

Negli ultimi dieci anni il fenomeno dell’interesse per le pratiche orientali in svariate forme ha dilagato, come si può osservare da moltissimi elementi: dai libri alla cucina zen, dal grandissimo numero di corsi di yoga e meditazione al reiki, spostando tendenzialmente l’interesse dall’aspetto religioso-culturale all’aspetto legato al benessere e all’equilibrio interiore.  Come ha affermato in un’intervista Stefano Bettera, membro del consiglio direttivo dell’Unione Buddhista italiana:  “La pratica buddhista è diventata, e il fenomeno della Mindfulness ne è oggi la prova più evidente, una sorta di strumento per vivere meglio”.

L’unione tra meditazione e medicina, e tra meditazione e psicologia cognitivo-comportamentale, ha portato alla nascita della pratica della Mindfulness. La necessità di misurarne gli effetti e validarli statisticamente ha portato a sviluppare dei protocolli standard facilmente replicabili.

In particolare, la MBSR (protocollo Mindfulness Based Stress Reduction), programma scientifico sviluppato dal professor Jon Kabat-Zinn all’università del Massachusetts a partire dal 1979. Si tratta di un programma di 8 incontri di gruppo settimanali di 2 ore ciascuno, più 4 incontri di follow up, e rappresenta una sorta di addestramento intensivo alla meditazione di consapevolezza (Vipassana).

In seguito è stata elaborata dai professori Zindel V. Segal, Mark G. Williams e John D. Teasdale la MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) che combina il protocollo MBRS con la terapia cognitiva, con l’obiettivo di prevenire le ricadute nelle crisi depressive. Tale programma si occupa maggiormente del processo del pensiero, al fine di aumentare la consapevolezza, ridurre la ripetitività automatica e la ruminazione e aiutare a gestire meglio la sofferenza fisica e psicologica.

Un articolo della rivista Lancet, tra le più autorevoli in campo medico, sostiene che la MBCT, terapia cognitiva basata sulla Mindfulness, ha la stessa efficacia dei farmaci nel prevenire le ricadute della depressione.

Gli articoli pubblicati su riviste scientifiche che parlano dei benefici della Mindfulness sono numerosissimi. In particolare sono stati evidenziati benefici a livello psicologico (regolazione dei disturbi dell’umore, riduzione dell’ansia, dello stress e dei sintomi degli attacchi di panico, miglioramento dell’umore e del benessere psicologico), cognitivo (miglioramento della concentrazione, dell’attenzione, della capacità di lavorare sotto stress, incremento dell’apprendimento, della memoria e della creatività),fisico (diminuzione del rischio di malattie cardiache e ictus, riduzione della pressione sanguigna, dei disturbi infiammatori e dei disturbi del sonno) e relazionale (aumento dell’empatia, riduzione dell’isolamento sociale e del senso di solitudine).

Questi risultati hanno senza dubbio un valore positivo nel promuovere la diffusione di queste pratiche nel mondo Occidentale, sia a livello medico e psicologico, sia a livello individuale. Con il rischio però, citando ancora Bettera, “di banalizzare una pratica millenaria come se fosse un corso fai da te fine a se stesso”.

Ciò che in queste ricerche viene lasciato da parte perché non quantificabile, non misurabile, ma che rappresenta una componente fondamentale della pratica della meditazione nel suo significato originario, è la spiritualità. Con questa parola non mi riferisco a un aspetto strettamente religioso, sebbene la meditazione nasca all’interno del panorama buddhista e induista, ma al contatto con la parte più profonda, inconscia e invisibile di noi, che possiamo definire divina o sacra.

“Ma chi soffre di più di coloro che si sono smarriti alla superficie del mondo?”  C. G. Jung

Già nel 1967 Jean Servier, nel suo testo “L’uomo e l’invisibile”, afferma che “L’uomo bianco non vive più al ritmo dell’universo, in comunione con l’invisibile”. Sulla base delle sue ricerche, egli sostiene che in tutte le civiltà, tranne quella occidentale, il primato viene dato all’invisibile, ed è presente la volontà di superare i limiti materiali per comunicare con esso. Il maggiore o minore dominio della materia nelle diverse civiltà dipende dalla concezione che tale civiltà ha del posto dell’uomo nel mondo e dell’organizzazione dell’universo, l’Occidente ha scelto lo sviluppo della tecnica a discapito della componente spirituale, la sua anima, mentre altre società hanno privilegiato l’invisibile, il divino.

“La domanda decisiva per un uomo è se è in rapporto con qualcosa di infinito o no.” C. G. Jung

Tale perdita comporta oggi, per molti individui, un senso di vuoto, di mancanza e di incompletezza. Tutto ciò che viene rimosso dalla coscienza precipita nell’inconscio e da lì agisce, viene proiettato e ci soverchia. Vi è quindi una necessità etica dell’integrazione dell’inconscio, di cui parla Jung, e della ricerca della completezza. L’insegnamento fondamentale del buddhismo sta nella consapevolezza e nella responsabilità, nella riscoperta di valori universali. Mentre l’Occidente è legato ai valori di affermazione individuale e indipendenza, l’Oriente riporta ai valori di armonia con l’ambiente e interdipendenza. La via da percorrere è chiamata Satipatthana, che significa presenza mentale, cammino di consapevolezza.

Anche per questo motivo, quindi, c’è un sempre maggiore interesse da parte degli occidentali per le filosofie e le pratiche orientali, in quanto esse appaiono in grado di fornire risposte a domande non ascoltate: la mancanza di senso, il sentimento di insufficienza, il tendere continuamente a qualcosa, la mancanza di certezze e punti di riferimento, come l’assenza della figura paterna, la mancanza di una solida guida politica, il sentimento di incertezza verso il futuro dei giovani, la perdita di valori e di contatto con il passato, la storia, i miti e l’ambiente che ci circonda.

Jung nel testo “Misterium Coniunctionis” parla della coppia orfano-vedova per introdurre il tema della mancanza come momento in cui l’uomo rimane deprivato dai sostegni esterni, fase di morte psichica, ferita dell’Io… Tale momento può essere visto però in un’accezione positiva, in quanto senza  di esso non potrebbe avere inizio il processo di individuazione.

La vita di ognuno oscilla tra il polo dell’adattamento e il polo individuativo. Oggi è presente un’ipertrofia dell’adattamento, l’unico parametro che sembra guidarci è quello economico, la domanda è sempre – a cosa serve?- e questo deforma la nostra visione del mondo. La vera domanda del profondo è invece: – che senso ha? – La ricerca del senso contempla sempre l’esistenza di una zona sconosciuta, c’è sempre una valenza inconscia profonda che ci chiama e ci provoca.

Per la nostra coscienza e la nostra cultura tagliare, differenziare, è semplice, mentre è difficile connettere. Infatti per noi la coscienza emerge come separazione e definizione, nelle culture orientali invece coscienza è creare connessioni.

Oggi siamo di fronte alla stanchezza dell’Io, che deve  riceve ed elaborare una grande quantità di informazioni, ma fornire attenzione a tutte queste informazioni è faticoso e non permette di avere energia per essere creativi.

I bambini inoltre crescono in uno stato sterile, che si contrappone alla creatività, in quanto vengono a mancare tutte le esperienze sensoriali, manca il corpo.

Kundalini è l’energia interiore che è possibile liberare grazie alle tecniche di meditazione e yoga, raffigurata come un serpente arrotolato alla base del bacino, rappresenta la forza creatrice fondamentale dell’universo. Jung ha studiato approfonditamente la cultura orientale e sulla base dei chakra ha tracciato una mappa delle regioni archetipiche. Mentre noi ci rappresentiamo sempre la coscienza in alto e l’inconscio in basso, in oriente è il contrario, quindi si sale dal primo chakra, che rappresenta il radicamento a terra, al settimo, che rappresenta l’interezza che si sperimenta quando corpo, mente e spirito sono tutt’uno.

Per Jung Kundalini è l’Anima, funzione di relazione tra coscienza e inconscio, è necessario quindi guardare oltre gli interessi dell’Io e risvegliarla. Ciò, per Jung, significa entrare nello spirito del profondo. L’Io, la coscienza, si trova nello spirito del tempo, ma questo a un certo punto della vita non basta più. Spirito del tempo e spirito del profondo sono due opposti, quindi lo spirito del tempo deve essere superato, ma in seguito deve essere recuperato per poterli tenere insieme.

Jung  parla di “Lasciare che accada”: bisogna lasciare lo spazio per stupirsi, per trovare qualcosa quando non lo si sta cercando. Bisogna saper stare dentro le cose, senza fretta, alla ricerca del senso. Nella cultura occidentale pensiamo che la grande soluzione sia separare, la psiche ci parla invece del tenere insieme. E’ necessario intraprendere un processo di creatività interiore, sacrificare momentaneamente l’Io e affrontare un viaggio oltre la soglia per riappropriarsi delle proprie immagini interne, instaurare un dialogo con l’invisibile. La creatività è la via di uscita, la cura è tenere insieme.

 

 

 

 

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